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Berlusconi vuole il Quirinale: mi do il 10-15% di possibilità, ho già 476 grandi elettori

(di Francesco Verderami – corriere.it) – La prossima settimana Berlusconi dovrebbe tornare a Roma per riprendere i contatti diretti con il mondo politico e per capire se il suo sogno può diventare realtà. Vuole fare il capo dello Stato e siccome «le uniche sfide che mi piacciono sono quelle impossibili», l’idea del Colle è per lui terapeutica.

«Mi do il 10-15% di possibilità» dice il Cavaliere, che ha fatto i calcoli e ritienedi avere già dalla sua 476 grandi elettori, insufficienti per raggiungere la maggioranza assoluta fissata a quota 505. Perciò ha messo all’opera i suoi sherpa, sguinzagliati tra le file dei grillini alla ricerca di un nuovo personale centro di gravità. Quando illustra il suo disegno agli ospiti, Berlusconi sembra l’Andreotti che alla vigilia della corsa al Colle nel ’92 apriva il cassetto della scrivania e mostrava una lista di nomi scritti a macchina: «Sono i parlamentari comunisti che voteranno per me».

Ai peones pensano i suoi uomini, al resto pensa direttamente lui. E certo non gli mancano i modi per tessere rapporti. Con Conte, per esempio, sono cordialissimi: a Natale gli ha regalato un dipinto della sua pinacoteca. La scintilla tra i due scoccò quando l’avvocato del popolo venne incaricato di formare il governo e si incontrarono per le consultazioni. «Le racconto la mia esperienza — esordì il Cavaliere — così che possa esserle d’aiuto…». Ma l’altro lo interruppe: «Presidente, non ce n’è bisogno. Le sue imprese sono scritte a caratteri cubitali nei libri di storia». Il rapporto con Renzi è diverso, perché il leader di Iv non viene da terre levantine, eppure Berlusconi è convinto di poter far breccia nel carattere burbero dell’interlocutore toscano.

Lo sa che gli stanno ridendo dietro e non è la prima volta: in politica gli capita dai tempi in cui annunciò a Gianni Agnelli che si sarebbe candidato e avrebbe sicuramente vinto le elezioni. E anche oggi sostengono che Salvini lo abbia circuito, che insieme ad altri lo stia usando, e che infine lo bruceranno. Se pure fosse, di questo gioco il Cavaliere si fa gioco, almeno così mostra, come stesse interpretando le pagine di un romanzo pirandelliano: «Dissi a mio padre che sarei arrivato a fare il presidente della Repubblica». E scruta la reazione dei suoi interlocutori.

Ma è vero che ha sempre puntato all’alto incarico, ne è testimone Diniche fu suo ministro dell’Economia. Era il 1994 e un giorno passarono insieme in auto davanti al Quirinale. D’un tratto Berlusconi si volse e gli confidò: «Il mio sogno è venire qui, non stare lì», cioè a Palazzo Chigi. È nell’altro palazzo che si sente a suo agio come un Papa. A una cena di Stato organizzata al Colle, quando lì sedeva Ciampi, il Cavaliere che era presidente del Consiglio ruppe il cerimoniale ordinando lui ai camerieri in livrea di scoperchiare le portate. Persino alle ultime consultazioni a cui ha partecipato, passando per un salone del palazzo, spiegò che «qui questi mobili non vanno bene, li sposterei in un’altra stanza».E ora, all’alba dei suoi 84 anni, vorrebbe arredare a suo piacimentopersino il Quirinale, «tanto ci starei un paio di anni non di più…».

In questa confidenza, apparentemente ingenua, c’è in realtà l’essenza di un messaggio che sembra tagliato su misura per Draghi. Se così stanno le cose, c’è qualcosa che non quadra nella tesi di quanti lo considerano ormai poco lucido. D’altronde lo davano per morto mentre era lì a meditare come resuscitare politicamente, mentre al telefono parlava con Putin e poi con Bush. «Non mi hanno dimenticato, sono una delle persone più ascoltate». Avrebbe voluto sentire anche Biden quando è venuto in Europa: «Ci riproverò».

Il suo schema per scalare il Colle sarà pure schematico, ma Berlusconi non ama perdersi nei labirinti delle liturgie. E allora la spiega così: ritiene che alla prima chiama per l’elezione del capo dello Stato, quando serviranno i due terzi dei voti, ci potrà essere solo Draghi. «Ma oggi mi riferiscono che non sia sostituibile al governo del Paese». L’establishment, gli dicono, spingerebbe per la Cartabia «ma Salvini non la voterebbe». Perciò se si arrivasse senza esiti alla quarta chiama, basterebbe «solo» la maggiorana assoluta. A quel punto Berlusconi potrebbe (ri)scendere in campo, magari per sfidare in un ultimo duello l’eterno rivale dell’era bipolare: Prodi. «Abbiamo delle chance, vedrete». Si vedrà.

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