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Tra giustizia e libertà

(Giuseppe Di Maio) – E’ ormai un segno distintivo di classe. La linea che separa la giustizia dalla libertà varia a seconda del proprio ruolo sociale o politico. E sempre più spesso un giudice è chiamato a segnare i confini delle due bandiere dell’età moderna. Ai nostri giorni la giustizia sembra passata di moda. E la libertà, eterno anelito dell’uomo schiavo e del libero fregnone, desiderio dell’adolescente represso e della consorte in via d’emancipazione, arriva con maggior frequenza in tribunale che non l’iniquità e le disuguaglianze. Qui l’arbitro, spesso più inadeguato dei ricorrenti, è chiamato a ridisegnare l’incerta frontiera che separa il rispetto delle regole vigenti e l’oppressione di quelle solo immaginate.

Il confine è incerto in ogni posto dove le garanzie di cui si giovano i singoli sopravanzano i doveri a cui sono obbligati. A scuola, dove si avversano libertà d’insegnamento e programmi ministeriali (oggi POF); nelle redazioni dei giornali, tra libertà d’informazione e rispetto della verità, oltre che della privacy; sugli scranni del Parlamento, tra la libertà di mandato e gli impegni con gli elettori. Né tantomeno bisogna dimenticare che nel mondo sottosopra è solo il vertice della piramide sociale a espandere la linea della libertà, mentre la base oppressa si ostina a sperare nell’equità, nel rispetto della legge.

Avendo costruito una civiltà sull’egemonia della forma, sia nel condominio, che per strada, sul lavoro, e nei rapporti con la Pubblica Amministrazione, per qualsiasi attività sociale e civile ci vorrebbe sempre in tasca un avvocato. Figuriamoci per una funzione basata sulle opinioni e sullo scontro degli interessi come la politica. Matteo Renzi da Rignano, lo sa. E più scade nella considerazione dell’elettorato, più pretende di regolare in tribunale il rapporto con gli oppositori. Ma è pur vero che più s’infittiscono le sue malefatte, più la pubblica opinione è costretta a parlarne. Lui, la linea di incertezza tra libertà e dovere l’ha cancellata da tempo.

Come dicevo, il confine tra giustizia e libertà è solo una questione di classe, e chi ha raggiunto una posizione di indubbio benessere non intende più sottomettersi alle regole comuni. Ad esempio, il senatore di Iv pretende di svincolare l’azione politica da qualsiasi controllo democratico e morale. Vuole spaventare gli eventuali controllori deferendoli ad un’autorità ottusa e bizzarra com’è quella di un giure, confidando nelle difficoltà di dimostrare la temerarietà della sua azione legale. Vuole che si consideri il suo ruolo di rappresentante nelle istituzioni una faccenda privata in cui nessuno debba interferire. Esattamente come sostengono gli allocati dei ceti abbienti: la libertà è il bene supremo, e chiunque le si opponga per qualsivoglia motivo è un pericoloso reazionario oscurantista. Siamo stati chiari? Il mio benessere è un evento privato e non ci sono dottrine e interessi collettivi che debbano regolarlo. Anche per questi ceti fortunati l’incerta frontiera tra diritti e doveri ha avuto un severo colpo di scolorina.

C’è poi la cortina fumogena della mistificazione che nasconde quel poco che resta della labile linea di confine tra sovranità e regola, tra tornaconto ed equità. Difatti è noto che la malafede muove richiami al comportamento quando si vede efficacemente contraddetta nel merito. Ma muovere richiami al comportamento è diventato la sostanza della lotta politica e di classe. A questo proposito si dice che Di Pietro abbia costruito un piccolo patrimonio con le cause vinte in tribunale, ed è stato l’unico modo per scoraggiare le attenzioni diffamatrici dei giornali di Berlusconi. E fin qui nulla da eccepire. Ma come si fa a difendersi quando è il ladro a querelare il poliziotto? Come si fa a smascherare un nemico della legge che continua a ricorrere al tribunale? Il rischio di cadere preda dell’arbitrio e veder sparire il terreno dell’obiettività è fondato. Ci vorrebbero allora regole precise, che non lasciassero ai singoli la potestà di scegliersi il comportamento secondo il proprio ruolo nella democrazia, in base ai propri interessi di classe. Regole come quelle che tentava di approvare il guardasigilli Alfonso Bonafede. Altrimenti col tempo l’etica e il pensiero dei ricchi passerà definitivamente ai poveri, e invece che il desiderio di giustizia, a loro resterà solo la libertà di morire di fame.

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