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Di Battista: Fuori dalla chiesa c’era un gran sole e mentre la bara veniva caricata sull’automobile a centinaia hanno iniziato a gridare «onestà, onestà». Io non credo vi sia un traguardo più grande per un essere umano che ricevere, il giorno del proprio funerale, un canto del genere.

di Alessandro Di Battista
Il nome di Gianroberto viene ancora infangato. Nemmeno da morto sanno rispettarlo. Si può (e si deve) difenderlo con smentite, querele, prese di posizione. Io lo difendo con questa cosa che scrissi anni fa.
“Quando, in chiesa, durante il funerale di suo padre, Davide Casaleggio finì di parlare io mi sentì sollevato. Era stato bravo, si era commosso ma riuscì a terminare il discorso. Ascoltando lui e soprattutto guardando con attenzione i volti di tutti quelli che lo avevano conosciuto davvero, pensai che Gianroberto aveva seminato molto bene durante la sua vita. Già alla camera ardente mi avevano colpito gli occhi colmi di dolore ma anche di gratitudine dei suoi dipendenti. Io, al funerale, provavo queste stesse sensazioni. Dolore e gratitudine. Poi, molta rabbia. Perché se è vero che la morte di chiunque arriva troppo presto, quella di Gianroberto ancor di più. In chiesa ero seduto di fianco a Luigi Di Maio, ce lo dicemmo un paio di volte che quella morte era un’ingiustizia e ci dicemmo anche che ce l’avremmo messa tutta per vincere le elezioni a Roma. A me non andava giù che se ne fosse andato così presto. La rabbia mi uscì fuori quando appresi la notizia della sua morte e si sciolse solo quando uscì la bara dalla chiesa. La sera prima del funerale raggiunsi i deputati Alessio Villarosa, Daniele Pesco e Dino Alberti a Siena per parlare della tragedia del decreto salva-banche, dello scandalo del Monte dei Paschi e delle nostre misure a tutela dei risparmiatori. Durante il comizio mi sfogai, dissi che non avremmo dovuto mollare e che dovevamo mettercela ancora di più ora che Gianroberto ci aveva lasciato. Ricordo le pacche sulle spalle, gli «andate avanti», quelle stesse pacche sulle spalle e quegli stessi «andate avanti» che ci diedero e ci dissero centinaia di persone, mentre percorrevamo la navata verso l’uscita della Chiesa.
Davide aveva appena finito di parlare. Aveva detto di essere orgoglioso di suo padre e che è una bella sensazione esserlo. Aveva parlato della sua ostinazione, Gianroberto era innamorato dei fumetti di Tex Willer e Davide disse che suo padre per costringere i genitori a comprarglieli non faceva i capricci ma si stendeva direttamente sui binari del tram. Poi raccontò questa storia per descrivere Gianroberto: «Un gruppo di cinquanta persone stava frequentando un seminario. Improvvisamente l’oratore si fermò e decise di fare un’attività di gruppo. Iniziò a dare un palloncino a ciascuno dei cinquanta seminaristi. Ad ognuno fu chiesto di scrivere con un pennarello il proprio nome su di esso. Poi tutti i palloncini furono raccolti e messi in un’altra stanza. Una volta riempita la stanza di palloncini, l’oratore chiese ai cinquanta seminaristi di rientrare dentro e trovare il palloncino col proprio nome entro cinque minuti. La scena fu questa: tutti erano freneticamente alla ricerca del palloncino col proprio nome, ognuno si scontrava con l’altro, spinte, gomitate… nella stanza regnava il caos totale! Allo scadere dei cinque minuti nessuno riuscì a trovare il proprio palloncino. Vista la prova fallimentare ad ognuno di loro fu chiesto di raccogliere un palloncino qualsiasi e darlo alla persona che aveva scritto il nome su di esso. In pochissimi minuti tutti avevano in mano il proprio palloncino! A questo punto l’oratore disse: Questo è esattamente ciò che sta accadendo nella nostra vita. Tutti siamo alla ricerca frenetica della felicità… giriamo come delle trottole, ma non riusciamo a trovarla. La nostra felicità sta nella felicità delle altre persone. Rendete loro felici e avrete la vostra felicità. Mio padre non ha mai tenuto per sé palloncini, ma li ha sempre donati agli altri con il sogno di cambiare in meglio questo Paese. Chi sente di aver ricevuto un palloncino da mio padre lo conservi con cura. Chi condivide il suo sogno lo persegua senza mollare mai come ha fatto lui, fino alla fine».
Anch’io avevo ricevuto un palloncino da Gianroberto. A volte mi dimentico di averlo ma poi alzo la testa e lo vedo. Lo vedo in alcune frasi che dico accorgendomi di averle ascoltate da Gianroberto o in alcuni miei modi di pensare, influenzati dai suoi. Fuori dalla chiesa c’era un gran sole e mentre la bara veniva caricata sull’automobile a centinaia hanno iniziato a gridare «onestà, onestà». Io non credo vi sia un traguardo più grande per un essere umano che ricevere, il giorno del proprio funerale, un canto del genere.
Quel grido di dolore e commozione spazzò via in un istante tutta la mia rabbia e io piansi come un bambino. Spazzò via le indicibili menzogne dette su quell’uomo. «La morte non è reale se hai realizzato bene l’opera della vita» disse José Martí. Non lo so, la morte è una cosa seria, tuttavia l’intensità con la quale viviamo può illuminarla dandole una luce differente. La morte c’è, e sta davanti a me e io non me lo dimentico. A volte rabbrividisco e mi tremano le vene ai polsi. Ma negli ultimi anni sono riuscito a trasformare le angosce in stimoli. Perché la vita è una e non voglio rimpianti. Non mi interessa accumulare nulla fuorché persone di qualità intorno a me. E ne ho tante grazie a Dio. Quel che prendo da loro non ha prezzo, non si può misurare così come l’eredità di Gianroberto. Io ho nulla di materiale di quell’uomo immateriale. Nemmeno una fotografia insieme, ci saremo visti centinaia di volte ma nessuno ce l’ha mai scattata una. Mi regalò un libro con una dedica prima delle elezioni europee del 2014. Era il Discorso sulla servitù volontaria di Étienne de La Boétie e sono riuscito a perderlo. Ma non mi importa di averlo perso, evidentemente era destino che mi restasse solo un palloncino”.

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